ANTEPRIMA – BiZed Photozines

Cos’è BiZed Photozines e chi c’è dietro questo progetto?
Michela: BiZed Photozines è una piccolissima etichetta di autoproduzione di fanzine fotografiche fondata da me e Matias, con l’intenzione (penso condivisa da chiunque si imbarchi in un progetto simile) di pubblicare i nostri lavori e quelli di chi ci piace, con scarsi mezzi economici ma parecchia inventiva. Il primo impulso all’autoproduzione per me è venuto circa un anno fa da un workshop organizzato da Funzilla (festival romano sulle photozine) con Michela Palermo, una fotografa giovane molto brava e conosciuta a livello internazionale, che oltre ai lavori su commissione pubblica con continuità photozine di suo materiale personale. Avevamo quindi per le mani questo mio Obsoleto futuribile -già edito nell’esuberante tiratura di tre copie- che volevo semplicemente ristampare, e a Matias (che di suo ha sempre avuto una passione per l’editoria e per il diy) è venuta l’idea di fondare una microetichetta, idea alla quale ho aderito con entusiasmo. Potremmo dire che lui sia la mente e io il braccio.
In ambito fotografico questo genere di operazioni ha qualche detrattore e molti estimatori, ma penso che gli estimatori siano più numerosi dei detrattori, e crescono in continuazione. Questo perché il sottobosco delle fanzine, fotografiche e non, raccoglie in sé forme più eccentriche e libere rispetto al mercato editoriale ufficiale: per quanto assurdo (o pretenzioso) sia il concetto di base che sta dietro a una singola pubblicazione, entrare ogni volta nel mondo creativo di qualcuno che ci ha creduto tanto da fare da sé per me è un’esperienza veramente entusiasmante.
Matias: BiZed è una piccola etichetta di fanzine fotografiche fondata da noi due. Bized infatti non è altro che l’unione dei nostri cognomi. Anche per me il primo incontro con l’universo photozines c’è stato durante un bellissimo festival dedicato esclusivamente alle fanzine fotografiche: il Funzilla Fest. Prima di quel momento per me le fanzine erano principalmente legate alle sottoculture che mi hanno accompagnato e mi accompagnano tutt’ora. Passare al Funzilla Fest è stato come entrare per la prima volta in un appartamento nuovo ed accendere una luce, entrando in contatto così con un nuovo modo di vivere la fotografia, in maniera nuova, inclusiva ed orizzontale.
Di tutto questo mondo mi piaceva l’idea di congiungere un attitudine legata al DiY e all’autoproduzione, finora riscontrata solo in quelle determinate sottoculture, e farla convivere con la fotografia. Una buona parte dei gruppi musicali che ho ascoltato, delle persone che ho incontrato, le ho conosciute leggendo e parlando di fanzine come “Dancing with myself”, “Porrozine”, “Play Fast”, “United Forces” e la recente ma aguerritissima “Disadattack Zine”;
l’idea di ricreare questa spinta al conoscere e al condividere, il trovare un sottobosco così florido nel campo delle fotografia mi ha fatto pensare ad una quadratura del cerchio che cercavo da tempo. Vedendo poi così tanti bei lavori, conoscendo tutta una serie di etichette che già da tempo producono dei lavori di altissima qualità come Monkey Photo, Fugazine, Oscura, solo per citarne alcuni; vedendo questo fermento abbiamo deciso di metterci in gioco anche noi fondando BiZed Photozines.
Il 17 marzo a Spazio Oxygene verrà presentato il primo numero: L’obsoleto futuribile? Potreste anticipare qualcosa?
Michela: L’obsoleto futuribile nasce dal mio interesse per l’archeologia industriale e l’esplorazione urbana, il che significa in estrema sintesi fotografare posti dismessi – soprattutto vecchie fabbriche, scheletri di edifici mai finiti, vecchie aree portuali, ex ospedali e così via. Tutto il materiale inserito nella fanzine è scattato su pellicola b/n ed elaborato successivamente in digitale. Sono anni che giro per luoghi abbandonati con diversi occasionali (o abituali) compagni di ventura, ognuno con le sue motivazioni: dalla documentazione del degrado cittadino, alla critica anticapitalista dell’opposizione tra centro e periferia, dal gusto per l’horror fino al superomismo metallaro. Se non suonasse un po’ autocelebrativo direi che la mia visione è piuttosto tarkovskijana, concentrata sulla percezione di un tempo non cronologico, sull’atmosfera rarefatta di questi luoghi, sull’impossibilità di decifrare -se non parzialmente- le azioni abituali di quando erano ancora in attività, e, non meno importante, sull’incertezza di cosa siano diventati ora che il (dis)uso ne ha modificato la destinazione.
Nel trailer che anticipa l’uscita della fanzine il mantra “taglia, piega, buca e cuci” suggerisce un modo di lavoro ben preciso ma non solo: fa pensare ad una forma di pensiero creativa  con un’etica ben definita. Ci raccontate il vostro pensiero al riguardo?
Michela: Il bello di un progetto come questo è la possibilità di unire pensiero e azione: c’è la parte concettuale che spinge a trovare un senso e ad organizzare i contenuti, e la parte “manuale” che impone una ripetizione ritmica che, come un mantra, svuota la mente tenendo occupate le mani. Il principio che sta a monte è che fare da sé impone una disciplina, e che quello che viene fuori è unicamente frutto del proprio sforzo creativo ed esecutivo. Chi compra una copia della nostra fanzine vede in faccia noi e quindi partecipa al nostro sforzo, e contribuisce a trasformarlo in qualcos’altro: soddisfazione per quanto fatto e nuovo impulso per le nuove cose da fare.
Matias: Una delle prerogative del progetto è appunto quello di creare un qualcosa di fotografico attraverso le pratiche dell’autoproduzione. Tutto questo passa attraverso dei momenti, come dice Michela, perfettamente scanditi e ripetitivi. Oltre a questo va aggiunta anche la volontà di tirare fuori un qualcosa di accessibile da parte di un ipotetico fruitore. L’abbattimento dei costi passa così anche attraverso la scelta dei materiali e della rilegatura.
La fanzine fotografica mette in discussione il concetto di esposizione fotografica rendendo parte attiva il pubblico che non subisce più il flusso fotografico ma ne diventa parte integrante, portandosi a casa a tutti gli effetti il nuovo spazio espositivo. Tutto ciò appartiene sì ad una scelta etica molto ampia: alleggerendo la parola da significati religiosi potremmo definirla una “fede” che ci accompagna in tutti i momenti della produzione di questo progetto.
Varla
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