Bakemono Lab - Casa editrice

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16 giugno 2024

Category: rassegna stampa

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mercoledì, 13 gennaio 2021 / Published in rassegna stampa

Memorie di un boia… - InGenereCinema

Bakemono Lab ci inviata a fare un viaggio nella Parigi del 1700, la città dove la ghigliottina è riuscita più che altrove a segnare le pagine dei libri di storia, oltre che i colli decapitati di uomini e donne davvero senza distinzioni gerarchiche!

Nicola Lucchi ai testi e Stefano Bessoni ai disegni. Così nasce Memorie di un boia che amava i fiori, un libro illustrato che mescola i toni diretti e taglienti di una storia semplice ma efficace coniugata in dark comedy, con un’atmosfera macabra ma allo stesso tempo sopra le righe, davvero molto nelle corte di Bessoni che abbiamo più volte recensito per le sue opere illustrate da autore completo per Logos.

Potete leggere l’articolo completo cliccando qui

 

 

 

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martedì, 18 febbraio 2020 / Published in rassegna stampa

Krauss nel gabinetto del dr. Caligari

Una graditissima sorpresa da parte degli amici di Crunched!

Nadia Caruso ha letto Krauss e ne parla nella sua recensione…

Ve ne proponiamo un estratto: “La nostra blatta fuochista grida sottovoce uno di quei messaggi che difficilmente possono essere dimenticati: l’arte ci ridà quella sensibilità che il cinismo della vita ci toglie giorno dopo giorno ma soprattutto ci rende capaci di vedere quanta bellezza ci sia nelle cose più inaspettate, quanta poesia possa celarsi in uno scarabeo e nella sua pallina di sterco che danzano nel pallido plenilunio.”

Potete leggere l’articolo completo qui:

 

 

 

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martedì, 12 novembre 2019 / Published in Home event, rassegna stampa

Ci vediamo a Più Libri Più Liberi

Dal 4 all’8 dicembre vi aspettiamo al Roma Convention Center La Nuvola

Viale Asia 40 (EUR) per Più Libri Più Liberi !

Ci troverete al solito posto… allo stand F08 con tutte le novità del catalogo!

Presenteremo due nuovi volumi illustrati, Il Feticista di Marco Libardi e Krauss nel gabinetto del dottor Caligari di Stefano Bessoni e Varla Del Rio, il saggio sul cinema di Sofia Coppola, Just like honey, di Cecilia Strazza e Martina Ponziani, le nuove edizioni della collana Kuroi. Saranno presenti gli autori Marco Mancinelli e Diego Altobelli.

Giovedì 5 dicembre, dalle 15 alle 18, Andrea Oberosler sarà al nostro stand per il firmacopie della Maschera della morte rossa e altri racconti.

Vi aspettiamo!

 

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lunedì, 14 ottobre 2019 / Published in rassegna stampa

SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK

Come sempre quando Guillermo Del Toro non dirige in prima persona un film da lui scritto, sembra ci tenga a declinare il proprio immaginario in modi espliciti, quasi didascalici, a ridurli a un minimo comune denominatore facile anche per il pubblico estraneo al suo cinema: è stato così per Non avere paura del buio (Troy Nixey, 2010) e in parte per la serie The Strain (2014). È così anche per Scary Stories to Tell in the Dark, tratto dai racconti horror per ragazzi di Alvin Schwartz[1] e diretto da Andre Øvredal, norvegese scoperto e apprezzato da Del Toro per Troll Hunter (2010, antecedente alla bella serie animata creata da Del Toro per Netflix) e Autopsy (2014).

Un horror quindi esplicitamente per ragazzini e con ragazzini, ambientato durante la notte di Halloween del 1968 e in cui al centro c’è l’importanza delle storie: “le storie feriscono, le storie salvano” dice la voce over a inizio film che, in modo del tutto deltoresco, viene ripetuta e contestualizzata in prossimità del finale. Qui il messicano, autore del soggetto e produttore, sembra quasi volersi confrontare con Stephen King, ma il suo approccio è più concreto, meno meta-linguistico: non parla di letteratura come il maestro americano, ma di un libro specifico e dell’importanza che ogni storia ha per chi la ascolta, tematizzando in modo esplicito la questione attraverso il libro che si scrive da solo (l’opera senza autore, sogno postmoderno, al contrario di King che racconta dell’autore senza o contro l’opera: Misery, per esempio) e non facendo dell’adolescenza un modo per raccontare l’orrore adulto, ma trovando il proprio preciso target di riferimento.

La carriera di Del Toro è cominciata con le storie dell’orrore, raccontategli dallo zio o lette di nascosto dalla nonna, e Scary Stories to Tell in the Dark è un omaggio a quegli inizi, ai ragazzini che entrano nelle case infestate e cercano reperti minacciosi finendo per liberare (nella loro mente o nella realtà: c’è differenza?): i cliché del racconto fanno parte del gioco, fanno parte di quell’omaggio, inutile lamentarsene. Più interessante allora notare come l’influenza del messicano passi dalla scrittura alla visione di Øvredal, tramite per esempio i colori e le luci della fotografia di Roman Osin, i toni freddi con cui riprendere la casa gotica e diroccata di Sarah Bellows - l’autrice delle storie da cui il film muove - oppure alcuni accenni a temi cari al nostro, come nell’inquietante parto al contrario con cui la Signora Pallida (Pale Lady, come Pale era anche il celeberrimo mostro di Il labirinto del fauno) divora chi le sta di fronte.

In un film che punta solo (si fa per dire) a fare il suo lavoro di spaventoso intrattenimento per ragazzi, facendolo abbastanza bene e migliorando con i minuti, va fatto notare come la scelta del regista norvegese sia stata azzeccata: la sequenza dei corridoi rossi, in cui la suspense è frutto solo di stacchi di montaggi e impossibili controcampi, è una buona invenzione visiva e l’uso degli effetti speciali (l’Uomo tintinnante, Jangly Man, “interpretato” da Doug Jones) è più intelligente e adeguato del baraccone tirato su in occasione di It - Capitolo Secondo, per restare a King.

Scary Stories to Tell in the Dark riconnette Del Toro e il suo universo con il pubblico giovane che, come regista cinematografico, sta cercando di ampliare grazie a progetti sempre più ambiziosi (Nightmare Alley, oltre a Pinocchio) ma da cui non può prescindere: perché sono la scintilla da cui tutto è partito, perché sono l’ispirazione che ne anima le gesta.

Emanuele Rauco

 


[1] pubblicati quest’anno da De Agostini

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